Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia

Questo libro postumo di Tiziano Terzani, “Fantasmi”, raccoglie gli articoli, i messaggi, i telegrammi e le corrispondenze inviate dalla Cambogia in guerra ai giornali europei. Sono pagine intense e drammatiche, sospese tra la speranza (illusione?) di una nuova era per l’Indocina e l’autocritica che il giovane reporter esercitò senza remore, di fronte ai terribili eventi di cui fu testimone diretto.
Il libro inizia con i pezzi sui bombardamenti americani del 1973: Terzani, giunto a Singapore all’inizio del ’72, si era spostato a Phnom Penh nel marzo dell’anno seguente e aveva trovato un Paese letteralmente assediato. Al governo c’era il generale Lon Nol che, nel 1970, sostenuto dalla Cia, aveva rovesciato il decadente principe Sihanouk e aveva preso il potere. Il regime militare, ancora più corrotto del precedente, non aveva mai goduto di alcuna simpatia da parte della popolazione. Terzani vedeva i mercanti e gli ufficiali di quella repubblica, arricchiti dalla guerra, pranzare sulle verande degli alberghi, mentre per le strade la gente era costretta dalla fame a mangiare i cani randagi e a scortecciare gli alberi per farne legna da ardere. In quello scenario di coprifuoco e rovine, c’era la grande attesa per l’arrivo dei Khmer Rossi, i “partigiani”, il movimento comunista clandestino formato da Khieu Samphan e Saloth Sar, il futuro Pol Pot. In quel clima di tensione e di euforia per l’imminente arrivo della “liberazione”, Terzani si spostò al confine con la ricca Thailandia e rischiò di morire fucilato perché scambiato per americano. Salvato dall’intervento di un commerciante cinese, il giornalista attraversò quello stretto ponte di ferro che costituiva la frontiera tra Thailandia e Cambogia, convinto che alle sue spalle finisse non solo il paese della corruzione, dei repubblichini arricchitisi con i dollari americani, ma anche che cominciasse una Cambogia diversa: un paese contadino e povero, ma onesto e popolare. Invece non ci fu neanche il tempo di festeggiare l’ingresso dei “liberatori” nella capitale che una cortina di silenzio calò sul paese: 4 milioni di abitanti furono trasferiti in pochi giorni, con una forzata migrazione, dalle città nella campagna. Tutti i mezzi di trasporto vennero collettivizzati, il danaro abolito e l’intera popolazione costretta a partecipare al lavoro nelle risaie e a vasti progetti di opere pubbliche. I giornalisti occidentali furono espulsi da Phnom Penh; scuole, biblioteche, chiese e pagode furono chiuse; insegnanti, intellettuali, chiunque avesse legami con la memoria del passato fu ucciso.
Da quei campi di morte, dai teschi delle vittime accatastati nel “museo dell’orrore” di Tuol Sleng, che diventerà il triste simbolo del regime, inizierà quella crisi che porterà Terzani ad abbandonare ogni fiducia nell’ideologia, in cui pure aveva creduto, per iniziare un nuovo cammino di ricerca.
Perché in Cambogia, l’unico paese dell’Asia che visiterà per altri 25 anni, Terzani vide in piccolo la tragedia del mondo in grande; la storia di questo piccolo regno divenne per lui emblematica della storia dei paesi dell’Asia travolti nel corso del XX secolo dai giochi delle grandi potenze.
Un libro-testimonianza terribile e commovente, una grande lezione di giornalismo e di vita, un lascito ai suoi lettori di un uomo dalla straordinaria onestà intellettuale, che seppe abbandonare la sua ideologia e la sua mentalità occidentale per diventare davvero “cittadino del mondo”.

tratto da http://www.terninrete.it/

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