Un morto e 10 feriti tra i sostenitori dell’opposizione a Bangkok, che chiedono alla Gran Bretagna di estradare l’ex premier Thaksin
Due bombe, migliaia di attivisti dell’opposizione che circondano l’ambasciata britannica, sostenitori del governo pronti anch’essi a scendere in piazza, l’esercito e il re che assistono in silenzio. La pentola a pressione che è diventata la Thailandia negli ultimi mesi oggi ha emesso pericolosi fischi. A due mesi dall’inizio delle contestazioni antigovernative, il Paese continua a vivere un momento di grande incertezza, e le divisioni politiche tra la popolazione aumentano.
Nello spazio di poche ore, oggi a Bangkok sono esplosi due ordigni e una persona è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco. Alle prime ore dell’alba, una granata è stata lanciata da una motocicletta contro un gruppo di attivisti dell’opposizione che sorvegliava l’accesso alla sede del governo, occupata dal 26 agosto dai dimostranti: dieci persone sono rimaste ferite, due delle quali in modo grave. Poco dopo, un passante accorso sul luogo dell’esplosione è stato freddato da un colpo partito non si sa da dove. In un altro episodio, un ordigno è stato gettato contro la casa di un giudice della Corte costituzionale, che la settimana scorsa ha condannato l’ex primo ministro Thaksin Shinawatra a due anni di reclusione, per aver abusato del suo potere aiutando la moglie a comprare una casa a prezzo di favore. Qualche ora dopo, la protesta degli oppositori si è diretta contro l’ambasciata britannica a Bangkok, per chiedere l’estradizione dell’ex premier. Che è in autoesilio a Londra, ma per l’opposizione continua a muovere i fili della politica thailandese grazie anche a suo cognato Somchai Wongsawat, primo ministro da un mese e mezzo.
Le probabilità che Londra estradi Thaksin sono però minime. Il reato per cui cui il magnate dei media diventato politico è stato condannato non rientra negli accordi di estradizione tra i due Paesi. Thaksin, inoltre, sostiene che in patria riceverebbe un processo politico e senza garanzie di giustizia: difficile che il governo di Gordon Brown lo consegni a Bangkok date queste premesse. E’ per questo che neanche gli analisti intravedono una rapida soluzione allo stallo. La sede del governo è ancora nelle mani degli oppositori, il premier lavora da un aeroporto dismesso, l’esercito osserva da lontano, il venerato re Bhumibol non ha ancora proferito parola sulla situazione. Ma la situazione rischia di degenerare, e nel frattempo il governo ha spostato a Chiang Mai, la seconda città della Thailandia, il prossimo summit dell’organizzazione dei Paesi del sud-est asiatico (Asean). A Bangkok, la sede originaria del vertice, non era possibile garantire la sicurezza.
Intanto, le due parti si guardano sempre più in cagnesco. Gli oppositori dell’Alleanza del popolo per la democrazia (Pad), una coalizione tra la media borghesia e gli ambienti militari-monarchici della capitale, guardano gli elettori pro-Thaksin dall’alto in basso: dato che il sostegno all’ex premier e ora al Partito del potere del popolo (Ppp) viene perlopiù dalle aree rurali e più povere, gli attivisti del Pad considerano i rivali quasi indegni di votare, e propongono un sistema elettorale che dia più peso ai rappresentanti dell’elite. Dall’altra parte, sta aumentando il risentimento dei simpatizzanti di Thaksin, molti dei quali hanno beneficiato delle politiche di sviluppo e di prestiti agevolati messe in atto dall’ex premier che gli altri tanto disprezzano. La granata lanciata oggi contro i sostenitori del Pad, per quanto non sia stata rivendicata, dà l’idea di cosa potrebbe succedere se i due gruppi iniziassero a scontrarsi davvero. E per il weekend, intanto, a Bangkok è prevista una dimostrazione del campo pro-Thaksin.
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