Esplode la grande fame Paesi poveri in rivolta
Thursday, April 10th, 2008Al villaggio di Banglane, nel cuore della Thailandia, la criminalità non era mai stata un problema. Adesso, come nel resto del Paese, l’esercito monta la guardia alle risaie. Takham Uthao, il principale produttore della zona, che credeva di vivere in un paradiso è costretto a fare i conti con banditi incalliti, a organizzare ronde nei campi, a sobbalzare ogni volta che i cani abbaiano.
Proprio mentre sta per cominciare la stagione dei raccolti, che una volta era una festa e una benedizione. Il guaio invece è lì: il benedetto riso, il cui prezzo è cresciuto nell’ultimo mese del 50% e che adesso è prezioso come l’oro. Tanto che oramai chi non ha i soldi per spastoiarsi dalla fame è costretto a rischiare la vita per rubarlo. Il signor Uthao alla fine ci guadagnerà: per gli altri, i poveri, è l’ultima maledizione. Cambiamo scenario: l’Egitto. Il Raiss Moubarak ha tre problemi gravi, che si chiamano pane, pasta e riso. È il cibo del 40% dei suoi sudditi, tutti sotto la soglia di povertà, sempre più impazienti perché sono aumentati in media del 25%. Da settimane il pane a prezzo sovvenzionato che toglie, più o meno, la fame alla maggioranza dei 76 milioni di egiziani, quelli che la cautelosa stampa governativa definisce «cittadini con guadagni limitati», è diventato raro, quasi introvabile. Le code davanti ai forni si allungano, sempre più spesso si convertono in piglia piglia, in saccheggi manzoniani, poi in sommosse. Moubarak ha ordinato all’esercito di aumentare la produzione dei forni e di dare la caccia al farabuttismo del mercato nero: dove invece si ammonticchia la farina che serve a confezionare il pane, ma quello a prezzo libero.
Il governo, in affanno, ha sospeso l’esportazione del riso per sei mesi. Anche il suo prezzo è raddoppiato ed è l’alimento che dovrebbe sostituire pane e pasta. La rivolta della farina alla vigilia delle municipali scuote un regime che si avviava a diventare ereditario.
Scendiamo ancora più a sud, in Costa d’Avorio. È da poco tornata la calma nel centro di Abidjan - la capitale - dopo i moti selvaggi contro il carovita che hanno provocato barricate, vittime e arresti di massa. Sciami di giovani inferociti hanno cercato di dare l’assalto al palazzo della televisione, la polizia ha sparato. Il governo ha promesso di ridurre le tasse sulle importazioni di prodotti alimentari di base e annunciato la caccia agli «speculatori», gli eterni e provvidenziali colpevoli.
Le rivolte della fame sono oramai un mappamondo, si scende in strada al grido di «la vita è cara» (e talora si spara e si saccheggia) dal Messico al Cameroun, dal Burkina Faso alle Filippine. È soltanto l’inizio. Secondo la Banca mondiale almeno 33 paesi sono a rischio di insurrezioni e moti sociali per l’aumento dei prezzi delle materie prime agricole. Secondo la Fao la crescita è stata nel 2007 in media del 40% per il grano che ha il prezzo più alto da 20 anni, il mais, il riso ma anche la soia, la colza e l’olio di palma che tengono in vita, più o meno, le plebi immense dei paesi poveri. Ipnotizzato dall’aumento del prezzo del petrolio il mondo ricco non si è accorto che si stava sviluppando un fenomeno ancora più insidioso, una carestia mondiale. Per due terzi del pianeta una variazione di riso e farine segna il brusco passaggio alla fame.
È il mondo in cui la quota destinata all’acquisto di cibo rappresenta ancora dal 60 al 90% del reddito delle famiglie. Un esempio: il Bangladesh. Una tonnellata di riso è salita a 760 dollari (quadruplicata negli ultimi 5 anni) e bisogna dar cibo a 144 milioni di persone che sopravvivono con un dollaro al giorno al massimo. Si è aggiunto il crollo della produzione locale a causa delle inondazioni e del tifone dello scorso anno. Sarebbe necessario importare tre milioni di tonnellate, ma non ci sono abbastanza fondi. Stesso problema nelle Filippine: mancano due milioni di tonnellate per 90 milioni di abitanti. E molti paesi esportatori come il Vietnam, con l’aumento dei prezzi, hanno ridotto le esportazioni per capitalizzare i guadagni e evitare sommosse interne.
Sulle cause almeno non c’è polemica: l’aumento della domanda da parte dei paesi emergenti, il riscaldamento climatico e la vertiginosa urbanizzazione che hanno diminuito la produzione, la crescita dei prezzi di sementi, pesticidi, concimi legata al rincaro energetico. E poi certo la speculazione più attenta dei governi che giocano al rialzo e trasformano questo mercato in rifugio dove sistemare i capitali e difenderli dalla caduta del dollaro e dalla inflazione.
Adesso la Banca mondiale per evitare il disastro invoca un new deal alimentare. I paesi donatori devono fornire subito 325 milioni di euro al Programma alimentare mondiale. Basteranno per evitare l’insurrezione del pane?
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tratto da qui